Zio Umberto e la Vespa Piaggio

 

La Vespa era sempre stata il sogno dello zio Umberto. Da quando la vide la prima volta ne rimase così colpito che penso: “finalmente una moto senza salti ad ostacoli per sedersi… sarà mia!”.

Oggi sembra facile assecondare un desiderio di questo tipo, ma nel dopoguerra comprare qualsiasi cosa non era semplice.

Ma la Vespa era un sogno che permetteva di sognare. E così, con parsimonia, centesimo dopo centesimo, lo zio Umberto raggiunse le lire necessarie per acquistarla. Ne era felice e anche molto orgoglioso: finalmente poteva sfrecciare con fierezza nel suo paesino. Per lui che era considerato un po’ tonto e un po’ impacciato sarebbe stata una rivincita.

La Vespa arrivò un giorno di primavera del 1948.

Mise in moto e fece un largo giro del paese: dalla chiesa alla piazza; poi dal tabaccaio al suo bar, per poi parcheggiare, scendere, ed offrire un caffè per augurio agli amici; questo almeno nelle sue intenzioni.

Quando arrivò al bar si accorse che i parcheggi erano stati tutti occupati dalle macchine e da un carro funebre. Già, perché proprio quel giorno c’era un funerale, e il bar distava dalla chiesa solo 10 metri al massimo.

«E dove la lascio la piccinna mia?» - disse riferendosi alla Vespa - «questo proprio oggi lo devono seppellire? Tanto dove deve andare? Non poteva aspettare di morire domani?»

Rifece il giro, ma non rinunciò di scendere al bar anche se non c’era un parcheggio neanche a pagarlo oro. Era troppo forte la voglia di darsi delle arie: la sua rivincita personale.

Allora parcheggiò la Vespa dietro un cespuglio: “qua dietro nessuno la vede” - pensò soddisfatto. Ma il problema è che l’aveva nascosta talmente bene che dal bar non la vedeva neanche lui...

Entrò nel bar: «Oggi offro io! Con la Piaggio me ne vado in viaggio» - disse entusiasta.

C’era compare Antonio che gli disse: «Non gridare che c’è il morto»

«E va be’ - rispose – ma se è morto non mi sente!».

Ovviamente tutti a ridere.

«Ma chi è morto?» - chiese ad un signore

«Poverino era giovane...» - rispose quello che poteva avere circa 90 anni

«Quanto giovane?»

«92 anni…»

«Quanti? E in 92 anni proprio oggi dovevano fare il funerale ché non ho trovato parcheggio neanche se muori? Anzi se muori il parcheggio lo trovi: guarda questi che li hanno occupati tutti...»

Bevvero tutti il caffè tra risate e commenti e, dopo lo slogan “Con la Piaggio zio Umberto va in viaggio”, compare Antonio chiese:

«Be’, adesso vediamola sta vespa. Dove sta?»

«È là, dietro il cespuglio: nascosta bene»

«Guarda Umberto che non si vede nulla...»

«E certo Antonio, quando nascono le cose le nascondo bene...»

«Ma proprio bene per davvero – intervenne compare Ennio – sono appena passato e non c’era nulla...».

Purtroppo era vero: la Vespa era stata rubata. Si cercò per quasi un’ora ma nessuno aveva visto nulla. Della Vespa neanche l’ombra.

D’un tratto la gioia lasciò lo spazio alla disperazione dello zio Umberto che tra la consolazione degli amici divenne presto sconforto. Addio sogno di un viaggio con la vespa Piaggio…

Nel frattempo il funerale era finito e molti entrarono nel bar per fare una pausa prima di tornare a casa… Entrarono pure il prete e due suore: queste erano sorelle del morto.

Zio Umberto era sconsolato sul bancone del bar.

«Figliolo – disse il prete – cos’hai?»

«Padre, mi hanno rubato la Vespa nuova. Io dovevo andare in viaggio con la vespa Piaggio...»

«Figliolo, guarda quella bara, lì dentro c’è un uomo che sta percorrendo il suo ultimo viaggio e non gli serve la Vespa»

«E va be’, padre – disse zio Umberto – ognuno viaggia come vuole: io preferisco la Vespa… A ognuno i suoi gusti»

«Figliolo, era per farti capire che quando morirai non avrai bisogno della Vespa».

A quel punto zio Umberto rispose: «Certo padre» - ma nella sua testa si affollarono tante di quelle parolacce che non si possono ripetere. E, nel tentativo di soffocare la frustrazione, cercò di fare l’unico gesto scaramantico possibile: toccarsi...lì… proprio lì…

Ma zio Umberto si sentì bloccato con il prete davanti, allora si voltò verso destra, ma c’erano le suore: “e no – pensò – questo pure da morto da’ fastidio”. Alzò lo sguardo al cielo e vide il crocifisso: «E no, tu tanto mi capisci» e si toccò scaramanticamente. E mentre lo faceva pensò: “Signore, se mi fai ritrovare la Vespa, giuro che non dico parolacce...”.

D’un tratto fece uscire dalla sua bocca un modo di dire che non aveva mai detto, ma che da quel giorno lo avrebbe accompagnato sempre nei momenti di difficoltà: «Dritta o sorta, mandami na botta...» - intendeva di… c…. cioè fortuna.

E così, magicamente, guardando fuori dal vetro del bar, come per magia, vide che... finalmente il prete e le suore stavano andando via.

Mi aspettavo la Vespa” - pensò…

Poi successe l’imprevedibile…

Due ragazzi a bordo della sua Vespa passarono come fulmini davanti al bar proprio mentre il carro funebre ripartiva con il portellone aperto. La bara scivolò fuori e i due ragazzi ci andarono contro facendosi un volo di 10 metri. La Vespa miracolosamente non si fece neanche un graffio, mentre i due ragazzi si ritrovarono sdraiati nel carro funebre, uno accanto all’altro.

«Ecco – disse zio Umberto – una cosa utile il morto l’ha fatta… e per quanto riguarda voi – disse rivolendosi ai ragazzi – come dice il prete, per l’ultimo viaggio non vi serve la Vespa Piaggio».

Zio Umberto ritrovò la felicità in un attimo. Nessun morto era stato per lui così utile.